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di RITA SALA
«ARTISTI si nasce è vero; ma “grandi” si diventa con
inenarrabili sacrifici che implicano la costante determinazione di un amore
cieco totale assoluto, pronto a tutto pur di realizzare quel “magico
momento” in cui la tecnica è a nostro servizio per essere solo
un mezzo alla sensibilità dell’interprete che si arroventa nel
momento stesso in cui la condivide con gli altri e cioè con il pubblico».
Adele Profeta, artista del pianoforte, narratrice, poetessa e saggista, ma
anche donna che avverte a tutto tondo le possibilità espressive delle
discipline che pratica, annota queste considerazioni nel capitolo, intitolato
Il pianoforte come filosofia, del suo libro L’arte del
pianista (Edizioni Salvatore Sciascia). Spiega ella stessa, nella
prefazione, di aver scritto pagine dedicate alla tecnica pianistica e ai suoi
non pochi problemi, aggiungendovi però altri argomenti, «che
vanno dall’interpretazione all’estetica» dello strumento,
«dal problema del tocco a quello del suono; dal fraseggio alla tecnica
yoga da applicare nella disciplina pianistica».
C’è, in questo approccio complessivo, il profilo
interdisciplinare dell’autrice, nipote del poeta catanese Ottavio
Profeta e del musicista Rosario Profeta; insegnante di pianoforte e dunque
assuefatta a chinarsi con amore docente sulle difficoltà degli
allievi; pianista che ha ricevuto premi internazionali e recensioni capaci di
mettere in rilievo il pathos di cui sono innervati i suoi concerti.
Nonché, l’abbiamo detto, madre di liriche e romanziera di sicura
ispirazione.
«La musica è lì scrive nel saggio pronta a prenderci per
mano. La vera realtà, una realtà di valori eterni, è
tutta contenuta ed espressa attraverso l’Arte ed in particolare
attraverso la Musica che in maniera palpitante ed universale, senza barriere
di lingua e di razza, ce ne fa partecipi, ed in ciò e per ciò
ci rende forti, sereni, consapevoli di una scelta superiore a tutto
ciò che può rendere la nostra umanità indegna di tale
nome». Vuol significare, l’autrice, una fede così profonda
nell’Arte da assegnarle il primato della redenzione possibile:
«Il selvaggio, l’assassino, il bruto, il ladro, il furfante,
normalmente possono sentirsi “commossi” dalla potente suggestione
della musica che “addolcisce il cuore” perché passa e fa
vibrare le sue corde più intime attraverso una sollecitazione verso la
spiritualità che in ogni essere umano è sempre presente».
Viene in mente, per sottolineare questo aspetto di “naturale”
sottomissione ad un fascino superiore, il caso del ragazzo selvaggio
dell’Aveyron descritto dal medico che se ne occupò, Jean Marc
Itard, anch’egli pieno di fede nelle prerogative della comunicazione
“naturale”. E viene in mente il film che il grande Truffaut ha
tratto, nel 1969, dalla stessa avventura miracolosa. Proprio il confidare
totalmente nella mano salvifica della buona musica innerva le pagine
“tecniche” di Adele Profeta, pagine concrete, vicine al fare
attraverso l’indicazione di modi, moduli e soluzioni. Pagine di una
luce particolare. La stessa che guida la mano della scrittrice-musicista
quando osserva: «L’arte del pianoforte nasce da un dialogo del
pianista con il suo pianoforte: un parlare, un confidarsi, un pensare, un
domandare che ha sempre la sua risposta nata da una sofferta preparazione che
include tecnica, disciplina, volontà ferrea di conoscenza ed anche
persino una certa preparazione atletica ed una vita sana spiritualmente e
materialmente».
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