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Lunedì 20 Aprile 2009

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                              Adele Profeta,
                        il piano come filosofia

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di RITA SALA
«ARTISTI si nasce è vero; ma “grandi” si diventa con inenarrabili sacrifici che implicano la costante determinazione di un amore cieco totale assoluto, pronto a tutto pur di realizzare quel “magico momento” in cui la tecnica è a nostro servizio per essere solo un mezzo alla sensibilità dell’interprete che si arroventa nel momento stesso in cui la condivide con gli altri e cioè con il pubblico».
Adele Profeta, artista del pianoforte, narratrice, poetessa e saggista, ma anche donna che avverte a tutto tondo le possibilità espressive delle discipline che pratica, annota queste considerazioni nel capitolo, intitolato Il pianoforte come filosofia, del suo libro L’arte del pianista (Edizioni Salvatore Sciascia). Spiega ella stessa, nella prefazione, di aver scritto pagine dedicate alla tecnica pianistica e ai suoi non pochi problemi, aggiungendovi però altri argomenti, «che vanno dall’interpretazione all’estetica» dello strumento, «dal problema del tocco a quello del suono; dal fraseggio alla tecnica yoga da applicare nella disciplina pianistica».
C’è, in questo approccio complessivo, il profilo interdisciplinare dell’autrice, nipote del poeta catanese Ottavio Profeta e del musicista Rosario Profeta; insegnante di pianoforte e dunque assuefatta a chinarsi con amore docente sulle difficoltà degli allievi; pianista che ha ricevuto premi internazionali e recensioni capaci di mettere in rilievo il pathos di cui sono innervati i suoi concerti. Nonché, l’abbiamo detto, madre di liriche e romanziera di sicura ispirazione.
«La musica è lì scrive nel saggio pronta a prenderci per mano. La vera realtà, una realtà di valori eterni, è tutta contenuta ed espressa attraverso l’Arte ed in particolare attraverso la Musica che in maniera palpitante ed universale, senza barriere di lingua e di razza, ce ne fa partecipi, ed in ciò e per ciò ci rende forti, sereni, consapevoli di una scelta superiore a tutto ciò che può rendere la nostra umanità indegna di tale nome». Vuol significare, l’autrice, una fede così profonda nell’Arte da assegnarle il primato della redenzione possibile: «Il selvaggio, l’assassino, il bruto, il ladro, il furfante, normalmente possono sentirsi “commossi” dalla potente suggestione della musica che “addolcisce il cuore” perché passa e fa vibrare le sue corde più intime attraverso una sollecitazione verso la spiritualità che in ogni essere umano è sempre presente».
Viene in mente, per sottolineare questo aspetto di “naturale” sottomissione ad un fascino superiore, il caso del ragazzo selvaggio dell’Aveyron descritto dal medico che se ne occupò, Jean Marc Itard, anch’egli pieno di fede nelle prerogative della comunicazione “naturale”. E viene in mente il film che il grande Truffaut ha tratto, nel 1969, dalla stessa avventura miracolosa. Proprio il confidare totalmente nella mano salvifica della buona musica innerva le pagine “tecniche” di Adele Profeta, pagine concrete, vicine al fare attraverso l’indicazione di modi, moduli e soluzioni. Pagine di una luce particolare. La stessa che guida la mano della scrittrice-musicista quando osserva: «L’arte del pianoforte nasce da un dialogo del pianista con il suo pianoforte: un parlare, un confidarsi, un pensare, un domandare che ha sempre la sua risposta nata da una sofferta preparazione che include tecnica, disciplina, volontà ferrea di conoscenza ed anche persino una certa preparazione atletica ed una vita sana spiritualmente e materialmente».

 

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